Tornava in Cina insieme a noi Michelangelo, innamorato
della Cina, del suo fascino misterioso, per poi fermarsi a studiare
kung fu dal maestro Yang. Tornava anche Cinzia, allieva della maestra
Liu Chun Yan e a sua volta insegnate di Tai Chi. Gli altri erano
come me alla loro prima volta in Cina, alcuni allievi, Sandro, Irene,
Marisa, Simona e Ida e altri aggregati come me, Noemi, Brian e Achille.
Col maestro Yang
ci incontriamo a Roma, aeroporto di Fiumicino, e sulle ali di Air
China si parte per la lontana Cina, assieme a centinaia di cinesi
contenti di tornare a casa, che sbracciano, spingono, si aiutano
a stivare nelle cappelliere quintali di pacchi, borse, sacchi e valige.
Air China carica tutto, non fa storie di peso, dimensione, tutto
accoglie e tutto magicamente si sistema alla perfezione, sotto il
sedile di quello dietro, sopra la testa di quello di fianco. E si
parte. All’aeroporto di Pechino ci aspettano la maestra Liu, moglie
del maestro, Yamo, loro giovane e dinamico figlio imprenditore dell’acciaio
che parla italiano con accento romagnolo e Fan Jin, detta anche Xiao
Fan, “piccola Fan”, nipote della maestra, che ha vent’anni e studia
per diventare dentista, a Baotou, Mongolia Interna. E fuori, in strada,
il pullman fucsia della Golden Dragon con lo stemma che ricorda quello
della Mercedes e l’autista: il nome è impronunciabile, va bene il
cognome, Wong: “si parte, Wong!”. Il viaggio sarà tutto così, un
continuo partire, arrivare per poi ripartire, senza un attimo di
sosta o di relax, sempre in pista, per tre settimane.