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In Cina: uno stage lungo un viaggio

   
 
 Una delle numerose grotte di Yun Gang “Da questo viaggio siamo tornati tutti cambiati” mi disse Michelangelo, parlando del viaggio in Cina che aveva fatto col M° Yang Lin Sheng e altri allievi due anni fa.
Così ho deciso di unirmi alla nuova edizione del viaggio, nella Cina del Nord: Pechino, la “capitale del Nord”; lo Shanxi, provincia montuosa e poco visitata, la “culla degli Han”, un tempo ricchissima di templi, oggi ricchissima di templi rifatti, “appiccicottati” in qualche modo, in molti casi, ad uso e consumo dei turisti; Tianjin, antico porto commerciale oggi grande città moderna e dinamica, dove abita il maestro con la sua famiglia; Anshan, capitale della provincia del Liaoning, in Manciuria, e la vicina montagna sacra di Qian Shan.

Tornava in Cina insieme a noi Michelangelo, innamorato della Cina, del suo fascino misterioso, per poi fermarsi a studiare kung fu dal maestro Yang. Tornava anche Cinzia, allieva della maestra Liu Chun Yan e a sua volta insegnate di Tai Chi. Gli altri erano come me alla loro prima volta in Cina, alcuni allievi, Sandro, Irene, Marisa, Simona e Ida e altri aggregati come me, Noemi, Brian e Achille.
Col maestro Yang ci incontriamo a Roma, aeroporto di Fiumicino, e sulle ali di Air China si parte per la lontana Cina, assieme a centinaia di cinesi contenti di tornare a casa, che sbracciano, spingono, si aiutano a stivare nelle cappelliere quintali di pacchi, borse, sacchi e valige. Air China carica tutto, non fa storie di peso, dimensione, tutto accoglie e tutto magicamente si sistema alla perfezione, sotto il sedile di quello dietro, sopra la testa di quello di fianco. E si parte. All’aeroporto di Pechino ci aspettano la maestra Liu, moglie del maestro, Yamo, loro giovane e dinamico figlio imprenditore dell’acciaio che parla italiano con accento romagnolo e Fan Jin, detta anche Xiao Fan, “piccola Fan”, nipote della maestra, che ha vent’anni e studia per diventare dentista, a Baotou, Mongolia Interna. E fuori, in strada, il pullman fucsia della Golden Dragon con lo stemma che ricorda quello della Mercedes e l’autista: il nome è impronunciabile, va bene il cognome, Wong: “si parte, Wong!”. Il viaggio sarà tutto così, un continuo partire, arrivare per poi ripartire, senza un attimo di sosta o di relax, sempre in pista, per tre settimane.

   
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